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lunedì 18 agosto 2008

Il grande esercito dei Chadult

Tradotto liberamente dall'articolo di Ursula Nuber pubblicato su Psychologie Heute (dicembre 1998)

... il termine (child + adult) coniato dall'autrice americana Harriett Sarnoff Schiff che sintetizza egregiamente l'aspetto schizofrenico costituente talune relazioni (e, a dire il vero, neanche poche) che si profilano nel momento in cui i figli (donne e uomini), scoprendosi responsabili della cura e assistenza dei genitori non autosufficienti, si ritrovano d'un colpo confrontati con la propria infanzia. Non appena i figli adulti si trasformano in chadult tutto riaffiora violentemente: le sofferenze, la rabbia, la delusione.

Come può la figlia restituire l'agognata vicinanza e sicurezza quando la madre stessa l'ha trascurata da bambina? Come può il figlio prendersi cura del padre che gli ha reso la vita difficile non accettando i suoi avanzamenti e le sue scelte. Come affrontare i genitori che preferiscono e hanno sempre preferito proprio quella figlia tra le due che non si cura e non si è mai curata di loro? Come gestire le manipolazioni degli anziani, professionisti nella proliferazione dei sensi di colpa? Come gestire la sensazione, se non certezza, di non fare mai abbastanza?

La stragrande maggioranza dei chadult, affrontano la loro battaglia in solitaria, tra il senso di responsabilità, i sensi di colpa e la profonda aggressività - una battaglia persa in partenza, nell'immaginario dei più.

Il perdono, sostiene l'autrice per contro, rappresenta la prerogativa di base per poter assistere, curare e aiutare i genitori anziani. Chi non è capace di perdonare i propri genitori si percepirà nel ruolo di vittima e vestirà il ruolo di chadult soltanto per un senso di responsabilità farcito di aggressività e riserve.

Il peso, così gestendo, grava su entrambe le parti: i genitori anziani percepiscono, sentono il rifiuto emotivo e rischiano di rendere la gestione più difficile di quanto non lo sia in realtà; per i figli adulti i sentimenti di negatività rappresentano un enorme fattore stressogeno che, al di là di generare nuovi sensi di colpa, può sfociare, nel tempo, in vere e proprie patologie.

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